"una parte consistente e sempre più crescente di scienziati studiosi del clima non crede che la causa principale del peraltro modesto riscaldamento dell'atmosfera terrestre al suolo finora osservato (compreso fra 0,7 e 0,8 gradi centigradi) sia da attribuire prioritariamente ed esclusivamente all'anidride carbonica di emissione antropica. Se pure vi fosse a seguito dell'aumento della concentrazione dell'anidride carbonica nell'atmosfera un aumento della temperatura terrestre al suolo, i conseguenti danni all'ambiente, all'economia e all'incolumità degli abitanti del pianeta sarebbero molto inferiori a quelli previsti nel citato Rapporto Stern e addirittura al contrario maggiori potrebbero essere i benefici".
(Mozione Dell'Utri, Nania, Poli Bortone)
martedì 31 marzo 2009
Dio c'è, l'effetto serra no
lunedì 16 marzo 2009
giovedì 12 marzo 2009
Amazzonia, biomasse e pirolisi.
Ultimamente è tornato di moda il nucleare. Pare che si sia costretti ad avere almeno una centrale sotto casa sennò non si è moderni. Ma non sarà che c'è qualche soluzione più semplice che andrebbe esplorata? Dico, se almeno la millesima parte dei fondi necessari a costruire una centrale atomica andasse ai contadini dell'Amazzonia magari otterrebbero qualche buon risultato. Leggete questo articolo di Marco Magrini pubblicato su Nova24 de IlSole24Ore
"La parola sembra esotica, ma non si tratta di nient'altro che di carbone vegetale, come quello prodotto per secoli dai carbonai attraverso la pirolisi, la combustione in assenza di ossigeno.
Tuttavia, negli ultimi anni la ricerca sulla terra petra di alcune civiltà precolombiane (una terra nera mischiata al carbone vegetale, che reso fertili piccoli angolo di Amazzonia) ha contribuito a formare una nuova visione del carbone vegetale.
Questa tecnologia, come racconta Marco Magrini nel suo servizio sull'ultimo numero di Nòva24, potrebbe portare tre grandi vantaggi.
1. Energia - Durante la pirolisi di qualsiasi biomassa (scarti agricoli, potature e anche escrementi animali), si sviluppa un gas, che produce energia termica.
2. Fertilizzazione - Lo scarto della pirolisi, è il biochar. I terreni dove viene distribuito, richiedono minori quantità di fertilizzanti. Inoltre, per la sua capacità di trattenere grandi quantità di acqua, richiede anche minori irrigazioni.
3. Sequestro della CO2 - Il 90% dell'anidride carbonica contenuta nella biomassa originale resta nel biochar per secoli, forse per millenni. Il procedimento potrebbe essere usato per sottrarre l'anidride carbonica – invece di aggiungerla e basta – dall'atmosfera.
Finora, i pirolizzatori erano chiusi (per non far entrare l'ossigeno), rendendo il procedimento lento e complicato. Ma Nòva24 ha scovato un inventore italoamericano che abita a Tortona, in provincia di Alessandria, fondatore della Worldstove. E qui c'è il video di una straordinaria dimostrazione della sua invenzione, la Lucia Stove."
"E qui, abbiamo una più breve intervista a Franco Miglietta, ricercatore dell'Istituto di Biometorologia del Cnr, a Firenze. Miglietta fa vedere "sul campo" i primissimi risultati di un esperimento: alcuni lotti di terreno sono stati seminati a grano duro, con e senza biochar. La primavera deve ancora cominciare e quindi è troppo presto. Ma i risultati confermano il potere fertilizzante del carbone vegetale."
mercoledì 25 febbraio 2009
Vaglielo a spiegare a quelli
"Sarkozy sarà tornato a casa sicuramente contento dai risultati della sua visita a Roma, in occasione del vertice italo-francese. La tecnologia nucleare francese, che da qualche tempo ha difficoltà a trovare nuovi mercati, specie nei paesi occidentali, e conosce difficoltà tecniche e finanziarie sempre crescenti nella costruzione proprio di una centrale "di terza generazione" in Finlandia, ha trovato l'Eldorado in Italia, con la commessa di ben quattro nuovi/vecchi impianti! Come non mi sono stancata di ripetere in questi mesi questa scelta, tutta politica, non conviene all'Italia. E questo non per motivi ideologici, ma semplicemente perché impegnarci per più di venti miliardi di euro per una produzione di energia che nel complesso del fabbisogno italiano, non solo elettrico, potrà rappresentare al massimo neanche il 5% del totale non conviene economicamente al nostro paese, anche tenendo conto dei costi di smantellamento. Va bene la politica del "fare", ma non il fare per il fare: i costi sono alti, i tempi lunghi e i benefici estremamente bassi. Non a caso in modo ben diverso si stanno muovendo altri paesi, a cominciare dagli Stati Uniti. Inoltre, vorrei proprio sapere chi paga, chi pagherà i costi finali di quest'operazione, che magari vedrà all'opera l'ennesima "cordata italiana" protetta e garantita dalla mano pubblica. Chi pagherà, temo siano i soliti contribuenti.Intanto a Parigi si stappa champagne"
(Emma Bonino)
lunedì 26 gennaio 2009
La sai l'ultima?
Non è ancora passata una settimana dall'insediamento di BHO:
1) ha sbloccato i fondi governativi pro-choice
2) vuole puntare sulle auto-ecologiche
3) sta provando a chiudere Guantanamo.
Chissà quante ne sbaglierà da qui a 4 anni, ma al momento mi sento molto americano.
Nel frattempo il Nostro racconta barzellette sconce.
giovedì 11 dicembre 2008
Retroguardia
"Steven Chu, premio Nobel per la Fisica, è il futuro segretario per l'Energia scelto dal presidente americano eletto Barack Obama, che ha praticamente completato la sua squadra per l'ambiente. Del «dream team» per combattere il riscaldamento globale faranno parte anche Lisa Jackson, alla guida del dipartimento per la protezione ambientale (Epa), Nancy Sutley al Consiglio per la qualità dell'ambiente e Carol Browner a un nuovo incarico in seno alla Casa Bianca che sovrintenderà all'energia, l'ambiente e le politiche per il clima."
(Corriere della Sera)
Ecco, noi invece siamo quelli delle centrali a carbone, delle centrali nucleari, quelli al 44esimo posto nella classifica dei 57 Stati a maggiori emissioni di
CO2, cioè di quelli che producono il 90% dei gas serra a livello.
Non paghi di ciò ci mettiamo a fare i capricci in Europa sull'ambiente e rinunciamo alla detassazione sugli investimenti ambientali.
Update:
Berlusconi non si/mi smentisce mai
mercoledì 10 dicembre 2008
44-esimi
Gli obiettivi del Protocollo di Kyoto? Sono sempre più distanti per l'Italia. Il nostro Paese prende voti scarsi nella lotta al surriscaldamento globale e, quel che è peggio, la soglia della sufficienza si allontana di anno in anno. A dare un giudizio negativo sulla performance italiana in quanto a misure per la riduzione dei gas serra è il rapporto internazionale Climate change performance index del German Watch, che mette l'Italia al 44esimo posto nella classifica dei 57 Stati a maggiori emissioni di CO2, cioè quelli che producono il 90% dei gas serra a livello
[..]
Il rapporto del del German Watch ipotizza che il giudizio in futuro potrebbe persino peggiorare e non lesina sulle critiche al comportamento del nostro Paese nei negoziati in corso sul pacchetto energia e clima dell'Unione Europea. Insieme alla Polonia, infatti, l'Italia si merita il giudizio più negativo sul piano internazionale per i ripetuti tentativi di sabotare il pacchetto. Come dire, abbiamo incassato anche uno zero in condotta.
(La Repubblica )
mercoledì 3 dicembre 2008
Il passo del gambero
Buona notizia:
Cattiva notizia:
riserva però la possibilità di non rispondere alle domande,
precisando che decorsi i 30 giorni senza esplicita comunicazione di
accoglimento "l'assenso si intende non fornito" e il cittadino non
potrà usufruire della detrazione.
martedì 28 ottobre 2008
Ancora sulla Prestigiacomo e i bambini di Taranto.

Taranto - Veleni in capre e agnelli, da abbattere 1300 capi. È bufera sull´Ilva. Peacelink, l´associazione che in questi anni più di tutte sta battendo sul caso inquinamento a Taranto: «La contaminazione della catena alimentare -impone una scelta drastica: la legge regionale deve essere approvata entro la fine dell´anno».
Taranto - Un ragazzino di 13 anni di sta combattendo contro un tumore al polmone tipico dei fumatori incalliti. Gli è stato diagnosticato quando ne aveva 10.
Taranto - C'è un quartiere a Taranto dove ogni bambino fuma sette sigarette al giorno. Per farlo non vanno dal tabaccaio e non hanno bisogno di nascondersi dai genitori. Semplicemente respirano. A loro che vivono nel quartiere Tamburi, nel centro dell'area industriale di Taranto, basta respirare perché quel gesto vitale divenga, giorno dopo giorno, letale.
Il primario del reparto di ematologia oncologica dell'ospedale "Moscati" lancia l'allarme: tumori di tipologia adulta in bambini di dieci anni. Tanti i casi di carcinoma del "rinofaringe"
Taranto - Lo scandalo Ilva investe il Ministero dell'ambiente. C'è una Seveso in Puglia, si chiama Taranto. Qui l'articolo de "Il salvagente"
Guardatevi anche questi due video dell'inchiesta delle Iene sulla diossina a Taranto.
Prima puntata.
Seconda puntata.
Con buona pace del Ministro Prestigiacomo. Portatele una bella fornitura di latticini tarantini.
lunedì 27 ottobre 2008
Taranto, battaglia sui veleni dell'Ilva Il ministero rimuove i tecnici anti-diossina

TARANTO - Sul loro tavolo c'era il futuro del più grande stabilimento siderurgico d'Europa, l'Ilva di Taranto. E la salute di centinaia di migliaia di cittadini. Avrebbero dovuto decidere, infatti, se concedere o meno alla fabbrica l'Autorizzazione integrata ambientale (Aia), una carta necessaria per la prosecuzione dell'attività. Invece, non decideranno nulla. Il ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, li ha rimossi: al loro posto ha nominato tecnici di sua fiducia. "Una decapitazione del sapere tecnico-scientifico che dà forte ragione di inquietudine" attacca il presidente della Regione, Nichi Vendola.
Il resto dell'articolo di Repubblica qui.
mercoledì 13 agosto 2008
Discese ardite e risalite
Qui un bel post in cui si cerca di convincerci che il prezzo della benzina alla fin fine segue abbastanza fedelmente e senza troppi ritardi sia le salite che (soprattutto) le discese dei prezzi della materia prima.
Fonte: noiseFromAmerika
martedì 12 agosto 2008
Buone notizie (?)
"UNA DISTESA di pannelli solari sottili come specchi distribuiti a tappeto nel deserto del Sahara. Una ragnatela di cavi ad alto voltaggio che parte dal Nord Africa e si dirama fino al Nord Europa. Potrebbe essere questa la soluzione per i più drammatici problemi che il mondo moderno si trova a combattere: la scarsità di energia e l'inquinamento atmosferico. Se diverrà realtà quello che gli scienziati si sono raccontati nei giorni scorsi all'Euroscience Open Forum di Barcellona, non c'è più da avere alcuna preoccupazione per il futuro.
Almeno della nostra vecchia Europa. Basterà carpire i raggi che infiammano il deserto, quello più grande del mondo che abbiamo proprio qui sotto casa, e trasferirli. I pannelli solari disseminati nel Sahara potrebbero infatti portare direttamente a casa nostra tutta l'energia di cui abbiamo bisogno. Energia pulita e rinnovabile. Dunque praticamente infinita e non inquinante. A un costo mediamente di 15 centesimi al kilowatt più basso di oggi."
continua qui
sabato 26 luglio 2008
giovedì 24 luglio 2008
Andamento lento
Andamento della produzione lorda da fonte rinnovabile.
Cliccare sull'immagineROMA - L'energia solare raddoppia nel giro di un anno e quella eolica aumenta del 42 per cento, ma non basta. Nella corsa alle rinnovabili l'Italia rimane come un'automobile ferma, troppo lenta rispetto alla velocità degli altri concorrenti. A sfrecciarci accanto sono infatti la rapidità dei cambiamenti climatici, l'incremento dei consumi e anche le performance degli altri paesi europei. Il risultato è che il traguardo del 20 per cento di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili entro il 2020 fissato dall'Unione Europea anziché avvicinarsi si allontana.
Il resto dell'articolo di Repubblica qui.
Un'ideuzza...
Il prezzo del dollaro a livelli stratosferici comincia a dare i primi frutti. Verrebbe quasi da sperare che i prezzi non si abbassino; con i prezzi alti ci si scervella di più a trovare alternative ad una risorsa che, prima o poi, finirà....
LONDRA – Il costo è alto (50 miliardi di euro) e il progetto ambizioso ma, con il petrolio alle stelle, sembra l’unica prospettiva di una via d’uscita. Un’immensa distesa di pannelli solari nel deserto del Sahara produrrà un giorno abbastanza energia da illuminare tutta l’Europa. Ne è convinto Arnulf Jaeger-Walden dell’Istituto per l’Energia della Commissione Europea: «Basterà catturare lo 0,3% dell’energia solare che scalda il deserto del Sahara per sopperire ai nostri bisogni energetici». Il progetto è stato presentato in questi giorni all’Euroscience Open Forum a Barcellona. Una nuova rete di trasmissione a corrente continua permetterà di portare l’elettricità in posti lontani senza correre il rischio di perdite d’energia. La nuova centrale dovrebbe sorgere in un’area poco più piccola del Galles e mettere a tacere quelli che sostengono che l’energia solare non sarà mai affidabile perché il tempo è imprevedibile.
SÌ DI SARKOZY E BROWN - Il piano ha già ottenuto l’approvazione convinta del presidente francese Nicolas Sarkozy e del premier britannico Gordon Brown. I ricercatori sostengono che i pannelli solari nel Sahara saranno più efficaci perché in quella zona la luce solare è più intensa e, quindi, sarà possibile produrre tre volte più energia che in una centrale simile costruita nel nord Europa. Jaeger-Walden è anche convinto che, oltre al vantaggio ecologico, ci sarà un risparmio per i cittadini. «I consumatori pagheranno meno di quanto facciano ora» ha detto al quotidiano britannico Guardian. L’impegno più oneroso sarà costruire una nuova rete di trasmissione con i Paesi del Mediterraneo perché quella attuale non sarebbe in grado di sostenere la quantità di energia in arrivo dell’Africa del nord. I primi risultati si dovrebbero vedere nel 2050 quando la megacentrale dovrebbe già essere in grado di rendere autonomo un Paese come la Gran Bretagna.
mercoledì 23 luglio 2008
I prezzi all'estero
Spagna: benzina 1,26 diesel 1,19
Austria: benzina 1,29 diesel 1,27
Francia: benzina 1,50 diesel 1,45
Germania: benzina 1,52 diesel 1,49
Inghilterra: benzina 1,59 diesel 1,68
Olanda: benzina 1,63 diesel 1,45
Danimarca: benzina 1,62 diesel 1,67
Norvegia: benzina 1,77 diesel 1,83
In Europa le cose non è che vanno molto meglio, escludendo Spagna e Austria i nostri prezzi sono già ai livelli Europei (al contrario di come si dice nei TG).
Notato la stranezza della Norvegia? E' un paese produttore di petrolio e ha prezzi altissimi.
Qui delucidazioni.
giovedì 3 luglio 2008
La festa è finita.
di Mario Tozzi
Sembra vicino il momento in cui per assicurarsi un barile di petrolio ci vorranno 150 dollari e molti economisti vedono non più irraggiungibile la cifra di 200 dollari che, solo qualche anno fa, nessuno avrebbe mai neppure potuto ipotizzare. In pratica ci stiamo apprestando a pagare il petrolio un dollaro e più al litro, cosa che si tradurrà in cifre impensabili anche per i carburanti. Eppure nessuno fra gli stessi economisti sembra seriamente preoccupato, anzi tutti ritengono che si tratti di una contingenza che potrebbe essere facilmente superata, magari con la buona volontà dei Paesi produttori, che prima o poi incrementeranno l’estrazione e ci porteranno fuori dal guado. In realtà, se osserviamo le cose da un punto di vista fisico, pare sempre più evidente che da quel guado rischiamo di non uscire più. Semplicemente perché non è sicuro che quei Paesi potrebbero incrementare la produzione, che invece sembra destinata a un inesorabile declino.
Solo negli Anni 70 il greggio è costato quanto e più di adesso: erano i tempi dell’embargo petrolifero e delle domeniche a piedi a causa della chiusura dei rubinetti arabi. Si trattava di picchi contingenti che furono superati politicamente negli stessi anni in cui venivano scoperti gli ultimi giacimenti di petrolio di dimensioni veramente ragguardevoli. Da quel momento in poi, al mondo di campi petroliferi se ne sono scoperti molto pochi, nonostante la caduta del Muro di Berlino che ha permesso un’esplorazione più estensiva nei Paesi ex sovietici, favoleggiati come ricchissimi di greggio ma, nei fatti, incredibilmente poveri. Ogni tanto giunge voce di eccezionali scoperte in Brasile o si spera di riaprire le prospezioni in Antartide (dove il petrolio magari c’è, ma fortunatamente non si può estrarre a causa di una convenzione internazionale che difende la wilderness di quelle aree destinate alla sola ricerca e conservazione) o si conta sulla tecnologia per scavare petrolio dal fondo del mare, a profondità che, per adesso, pongono insormontabili problemi ambientali.
Oltretutto, neppure si può oggi contare su quegli idrocarburi cosiddetti non convenzionali (come gli scisti bituminosi), che pure esistono, ma la cui estrazione, in Canada, sta richiedendo più energia di quella che poi se ne può ricavare dallo sfruttamento (immaginate di dover ricavare combustibile dal catrame raggrumato in una spiaggia «lavando» la sabbia stessa con acqua bollente e solventi chimici!), con un rischio ambientale talmente elevato da costringere le compagnie a ripiantumare intere foreste per mitigarlo.
Perciò non si trova più petrolio a buon mercato, quello convenzionale, i cui costi di sfruttamento sono compatibili con le attuali economie di mercato. In sostanza, un conto è il petrolio facile, quello sfruttato fino a oggi che ha permesso guadagni immensi e ha comportato tutto sommato problemi tecnologici di scarso rilievo e costi contenuti, un altro conto è il petrolio teoricamente disponibile sulla Terra, che difficilmente può essere messo nel conto complessivo delle riserve. E, nel frattempo, i giacimenti già esistenti sono sfruttati al ritmo assurdo di 75 milioni di barili al giorno: se prevediamo che rimangano più o meno mille miliardi di barili, siamo incredibilmente vicini a quel tip-point di metà delle riserve sfruttate (picco del petrolio) che, per leggi naturali ineluttabili, corrisponde al momento in cui ogni altro barile di greggio costerà di più e sarà più difficile da estrarre. Quindi, se ai consumi forsennati non possiamo sopperire con altre scoperte, non ci vuole un genio per capire che il petrolio convenzionale sta per finire ora - non fra 30-40 anni -, molto probabilmente entro il 2011.
Se però le cose stanno così, come si fa a sperare che l’aumento dei prezzi al barile sia solo frutto di un momento contingente? Come si fa a non prendere nessuna contromisura e a sperare in un ribasso che, se ci sarà, potrà essere solo temporaneo? A pensarci bene, però, continuiamo a farci la domanda sbagliata: non è importante quando finirà il petrolio, ma per quanto tempo ancora saremo disposti a sopportare di pagare un prezzo ambientale così alto per bruciare idrocarburi. Dovremmo rispondere: neanche per un altro minuto, ma nessuno sembra voler veramente ragionare sul fatto che la società basata sui combustibili fossili è al suo passo d’addio sulla scena del pianeta.
(La Stampa)
mercoledì 2 luglio 2008
martedì 1 luglio 2008
The winner is...
La lista dei primi 20 Paesi consumatori di petrolio, in barili giornalieri:
1. USA- 20,698,000
2. China- 7,855,000
3. Japan- 5,041,000
4. India- 2,748,000
5. Russia- 2,699,000
6. Germany- 2,393,000
7. South Korea- 2,371,000
8. Canada- 2,303,000
9. Brazil- 2,192,000
10. Saudi Arabia- 2,154,000
11. Mexico- 2,024,000
12. France- 1,919,000
13. Italy- 1,745,000
14. UK- 1,696,000
15. Iran- 1,621,000
16. Spain- 1,615,000
17. Indonesia- 1,157,000
18. Taiwan- 1,123,000
19. Netherlands- 1,044,000
20. Australia- 935,000
continua...
sabato 21 giugno 2008
Contro il nucleare
di Alberto Clo(*)
[..]
E’ proprio il mercato che spiega l’innegabile impasse in cui il nucleare versa – checché se ne dica – nell’intero mondo industrializzato. Sulle 35 centrali attualmente in costruzione nel mondo (di cui 13 bloccate), 20 sono nei paesi emergenti (in molti casi in regimi non propriamente democratici) e appena 5 nei paesi industrializzati. Nessuna negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Germania, in Canada, in Spagna. Negli Stati Uniti, l’ultimo kWh ordinato risale al 1978, mentre dal 1990 si sono costruite in quel paese centrali a metano per 220.000 MW. Tra 1970 e 1990 si sono costruite nel mondo 17 centrali nucleari ogni anno. Dal 1990 al 2005 appena 1,7 all'anno, per lo più nei paesi emergenti. I dati, nudi e crudi, sono questi. Venute meno le condizioni che in passato favorirono gli investitori (enormi aiuti di stato, assetti monopolistici che garantivano la domanda, prezzi che coprivano i costi remunerati), essi hanno volto le loro preferenze là dove i costi di capitale sono di gran lunga inferiori; dove rischi ed incertezze di mercato sono molto minori; dove i rientri degli investimenti sono molto più rapidi. Dove, in sostanza, la redditività è più certa e maggiore (in primis: metano) o dove addirittura è garantita (con i lauti sussidi alle mitiche quanto marginali rinnovabili).
[..]
continua...
