
Una testimonianza di un sopravvissuto. Agghiacciante l'episodio della pelle umana conciata per farci una copertina di un libro.
lunedì 9 novembre 2009
Il fotografo di Auschwitz
giovedì 5 marzo 2009
Abiure postume

«La prego, spenga il registratore. Quello che le dirò ora esula dall’intervista. Ho l’impressione che lei sia educato, ma non convinto delle mie risposte. Anzi. Allora sono io che le pongo una domanda. Con una premessa. Sto a Montecitorio dal 1948, da più di trent’anni. Il Msi si è trasformato, da quel nucleo iniziale di reduci del fascismo. Ormai fa parte stabilmente della geografia politica dell’Italia repubblicana. È stato un processo lento e difficile. Bene: ma lei crede davvero che io possa pensare di chiudere la mia carriera, la mia vita politica, facendo il becchino di un partito che muore perché una generazione si spegne per motivi anagrafici e un’altra perché chiusa in galera? Crede davvero che sia così miserabile da avere questa ambizione da nostalgico rincoglionito?»
«Le dirò di più: io non voglio morire da fascista. Tanto che sto lavorando per individuare e far crescere chi dovrà prendere le redini del Msi dopo di me. Giovane, nato dopo la fine della guerra. Non fascista. Non nostalgico. Che creda, come ormai credo anch’io, in queste istituzioni, in questa Costituzione. Perché solo così il Msi può avere un futuro. Altrimenti è costretto a sparire. Capisce perché sono così deciso nel negare qualsiasi legame con chiunque abbia messo la bomba di Bologna? È un nemico anche del Msi»
(Giorgio Almirante)
lunedì 22 settembre 2008
Nuove festività nazionali
Visto l'andazzo, che ne direste se il 4 novembre si commemorassero i caduti austriaci ?
sabato 20 settembre 2008
mercoledì 17 settembre 2008
E la firma di Terracini?
(Gianni Alemanno che non ricorda chi è Umberto Terracini )
martedì 2 settembre 2008
Silvio riscrive la storia
A breve avremo una nuova versione della storia contemporanea targata Berlusconi/dell'Utri; "un'opera colossale da migliaia e migliaia di voci che tra qualche mese entrerà nelle case degli italiani via satellite, e forse sul digitale terrestre, e sul Web."L'obiettivo degli autori della monumentale opera:
"mettere in luce la volontà del personaggio [storico] di raggiungere i suoi obiettivi e l'intelligenza nel saper applicare questa volontà"
e in questo Hitler e Stalin sono degli eroi.
Inquietantissimo....
lunedì 7 luglio 2008
Storie già sentite
Pare che all'epoca in cui Gesù di Nazareth era vivo e vegeto, la faccenda del Messia che muore e risorge tre giorni dopo era già una storia vecchia.
lunedì 16 giugno 2008
Ricordo di Cuore
Dopo Cuore, praticamente, non c'è più stata satira.
di Edmondo BerselliIn estrema sintesi: «Tutto inizia nell´autunno dell´88, dentro un baretto della primissima periferia milanese, zona Fulvio Testi, dove si affaccia il palazzo di vetro dell´Unità. (…) Michele Serra mi fa: "Sto pensando a un nuovo inserto di satira, come testata mi piace Cuore". Rilancia chi scrive: "Settimanale di resistenza umana sarebbe un sottotitolo giusto"». Queste sono le parole di uno degli eroi che diedero vita a uno degli indimenticabili esperimenti di satira politica e civile, nonché per l´appunto umana di una generazione fa: il giornalista dell´Unità Andrea Aloi, a cui si sarebbero affiancati il reggiano Piergiorgio Paterlini, «un purosangue dell´anima», e Sergio Banali, «calvo talismano adorato».
Poi la cronaca di Cuore procede per conto suo, fino al 1991 come inserto satirico dell´Unità (che aveva già fatto ballare il Pci con il supplemento Tango, messo in croce con il celebre e scomunicato "Nattango"), poi da solo e sulla via di diventare, sempre nelle parole di Aloi, un «fenomenino editoriale», una robetta da 124 mila copie, e anche caso di costume, con un picco eccitante di vendite nel 1993 nella fase dell´avviso di garanzia a Bettino Craxi.
Adesso che fra pochi giorni esce nella Bur un´antologia tematica della rivista satirica (Non avrai altro Cuore all´infuori di me, con il sottotitolo "Vita e miracoli di un settimanale di resistenza umana", a cura di Andrea Aloi, Chiara Belliti, Mauro Luccarini, Piermaria Romani), tutti coloro che ancora si considerano orfani di Cuore, e deprecano il fatto che adesso si fa sempre meno satira e tira aria di inciucio, conformismo o rassegnazione, potranno rifarsi gli occhi ripercorrendo le 320 pagine del libro, ritrovando tutti i collaboratori da Altan a Beppe Mora, da Paolo Hendel a Elle Kappa, Lia Celi, Lella Costa, Vincino, insieme al côté culturale e civile rappresentato da Goffredo Fofi, Luigi Banconi, Nando Dalla Chiesa, Stefano Rodotà, Adriano Sofri; e, alla fine, le testimonianze di «chi c´era», a cominciare da Sergio Staino fino a Patrizio Roversi, David Riondino, la Gialappa´s Band, Gino & Michele, Danilo Maramotti e insomma più o meno tutti i protagonisti della resistenza umana già citata.
E quindi, dato che c´è il documento ufficiale, un volume intero in cui perdersi, si potrebbe tirare un bilancio di quella stagione. Si potrebbe allora dividere politicamente e culturalmente Cuore lungo tre filoni. Il primo è naturalmente quello del manifesto etico, estetico e culturale della sinistra residua, che si agita nei pressi del muro di Berlino e osserva la crisi della "Repubblica dei partiti", in quei disastrosi primi anni Novanta, ridendoci su ma anche con la percezione di una specie di angoscia che arriva, con l´ansia indescrivibile di essere superati dallo spirito del tempo.
È l´atteggiamento che si qualifica con i titoli più celebri del giornale, da «Scatta l´ora legale, panico tra i socialisti» a «Hanno la faccia come il culo», e anche con la rubrica in cui Paterlini decodifica le tortuosità del lessico politico riportandole a una greve materialità, a un esplicito e rivelatore valzer di interessi.
Viene da dire, a distanza di tempo che è la parte che oggi sembra più caduca: perché a suo modo rappresenta ed esprime la difficoltà della sinistra a capire le dinamiche del cambiamento politico nella civiltà di massa, dominata dalla televisione e dai media: e chiama il clan, la "tribù" di Cuore, autori e lettori, alla resistenza nel nome di una più alta qualità morale (oppure nel nome dell´inferiore qualità etica e civile degli "altri"). Insomma, tira un po´ troppo aria di Pci e post-Berlinguer in quelle pagine, anche se spesso il riscatto viene da furenti invenzioni comiche.
Il secondo filone invece è quello meno stressato in chiave politica, in cui si prende sotto mano, con le formule dell´ironia e soprattutto della parodia, il costume in corso di dirompente e magari deprimente cambiamento. In un contesto simile, non è più la politica, i socialisti, il Caf, a finire sotto accusa, bensì la trasformazione, quella sì "epocale", dei gusti e degli atteggiamenti in seno al popolo. La reazione di Cuore al profondo cambiamento avviato negli anni Ottanta, per capirci, "dall´edonismo reaganiano", viene individuata con modalità di risposta ambivalenti. Perché da una parte si mostra lo spaesamento, ed è uno spaesamento effettivamente "di sinistra", davanti al franare di convenzioni e di stili sociali, e al manifestarsi di una collettività nazionale ampiamente contagiata dalla perdita di riferimenti e bussole.
Ecco allora il titolo che meglio di ogni altro fotografa questo spaesamento: «L´uomo della strada è una bella merda». Con il sommario che recita: «Servile coi nuovi potenti, sciacallo coi vecchi padroni, l´"homo insultans" si sta affermando in tutto il paese, parlamento compreso. Come riconoscerlo? Si muove in branco per aggredire gli isolati e ha riflessi lentissimi: in genere si accorge di esser governato da cialtroni disonesti dopo averli votati per mezzo secolo».
Pare di riconoscere in queste parole gli indizi della "diversità" di sinistra, l´orgogliosa sicurezza delle minoranze, e forse anche l´autopercezione di essere in ritardo rispetto ai tempi: da cui deriva di solito, ed è in effetti derivata, una fondamentale incomprensione dei fenomeni anche politici che si sono manifestati nel corso dei Novanta.
Naturalmente Silvio Berlusconi è il protofenomeno della tendenza in atto, e il titolo di Cuore lo espone a caratteri cubitali: «Grazie Silvio! Neppure Carlo Marx era riuscito a sputtanare così il capitalismo». Senza forse riuscire a vedere il cortocircuito che alla fine saldava l´Italia di massa al suo piccolissimo e potentissimo Cavaliere. E quindi continuando a considerare il Nano come un´anomalia inconcepibile, il frutto di una degenerazione della politica, senza individuarne le ragioni storiche e politiche.
Ragion per cui alla fine forse il filone più moderno rintracciabile in Cuore è la scoperta e la valorizzazione del trash. Che forse comincia con la messa alla berlina della Duna, l´auto più sfigata della Fiat, immortalata in un delirante calendario del 1992 («Duna è… prestigio») e in una serie di servizi distruttivi («Il ´900 grida: Grazie Duna»).
E prosegue con il ripescaggio, attraverso «I grandi poster di Cuore», delle canzoni di Alessandra Mussolini, «Eia Eia Tralalà», con tanto di testi riprodotti «dal suo primo Lp giapponese, Amore»: «Se vuoi fare all´amore / la risposta è ancora no / anche fossi un buon dottore / da te non mi curerò». Ovvero lascia intravedere l´Alba tra i bovari, cioè il mito Parietti fra gli allevatori a Cuneo, e via via tutto il normale panorama di anni che è difficile non riconoscere come nostri. Oppure ancora la stranota e insostituibile rubrica Chissenefrega. E che sotto questa luce consegnano a Cuore, alla sua irresponsabilità creativa e felice, il primato di una innovazione lessicale e culturale che ha davvero aperto una strada e lasciato un rimpianto.
giovedì 15 maggio 2008
mercoledì 1 agosto 2007
Un pò di storia
Scalfari ci racconta le posizioni politiche del Corriere della sera nei primi del '900. E un articolo lungo ma vale la pena leggerlo.
Scalfari corregge Ernesto Galli della Loggia e quindi Paolo Mieli per un articolo comparso sul corriere in cui si faceva l'apologia di uno dei primi direttori del Corriere.
da Repubblica:
Mi ha favorevolmente colpito l´articolo di Galli della Loggia pubblicato sul Corriere della Sera del 29 luglio con il titolo: «Einaudi, Albertini e gli inviti al silenzio». Ma mi ha anche alquanto stupito. Da molti anni infatti, direi da quando Repubblica iniziò le pubblicazioni e poi in breve tempo raggiunse il Corriere e spesso lo ha superato e lo supera per diffusione e numero di lettori, è stata lanciata polemicamente verso di noi l´accusa di essere un giornale-partito cui il Corriere contrapponeva il proprio modello «albertiniano» mutuato dalla stampa anglosassone, di un giornale al di sopra delle parti che di volta in volta emette i suoi giudizi di approvazione o disapprovazione per l´una o l´altra delle parti in causa, come Minosse che giudica e manda le anime dell´inferno dantesco attorcigliando la sua lunga coda tante volte per indicare in quale girone l´anima del peccatore dovrà scontare la sua pena. Insomma due modi molto difformi di praticare la stessa professione.
Ma Galli della Loggia, che al Corriere non è l´ultimo venuto e nell´articolo in questione risponde a Piero Fassino sulla funzione del giornalismo e quindi scrive a nome e per conto della testata, ci dice invece che proprio il Corriere di Albertini fu un giornale-partito, che intervenne direttamente e incisivamente nella politica nazionale, facendosi portavoce degli ideali e degli interessi della borghesia lombarda e creando in questo modo un grande giornale d´informazione e di orientamento nell´opinione pubblica.
Mi rallegro che finalmente sia riconosciuta e storicamente certificata una realtà che per quanto mi riguarda ho avuto sempre chiara davanti agli occhi. Tanto più chiara in quanto tra il prototipo albertiniano e quello di Repubblica ci furono altre importanti coincidenze strutturali, a cominciare dal fatto che Albertini (come alla Stampa in quegli stessi anni Alfredo Frassati e come è accaduto anche a me) fu al tempo stesso direttore e comproprietario del giornale.
Una circostanza decisiva per fondare (o rifondare come avvenne per Albertini e Frassati) un giornale e farne il punto di riferimento d´una struttura della pubblica opinione con i suoi valori e i suoi legittimi interessi. La favola della neutralità della stampa anglosassone è sempre stata - a mio avviso - appunto una favola. Il solo vero modo di rispettare i lettori, secondo una regola che ho sempre cercato di praticare, è quello di presentarsi per ciò che si è e di stare ai fatti con la maggiore oggettività possibile. Ciò che si è, la struttura d´opinione che il giornale rappresenta, dalla quale prende vigore e spinta e con la quale interagisce quotidianamente. Senza camuffarsi da ciò che non si è, cioè da testimone imparziale, privo di passioni, di convinzioni e di ispirazioni profonde, culturali economiche e politiche.
Questo fu con lucida tempra Luigi Albertini. Questo fu Alfredo Frassati. Questi furono il Corriere della Sera e la Stampa da loro costruiti. E questa, in tempi e modi diversi, è stata ed è Repubblica.
Mi auguro che una volta per tutte la diatriba sul giornale-partito e il giornale-giornale sia chiusa. Un grande giornale è le due cose insieme. Il risultato dipende dalla misura e dall´onestà dell´intento.
L´articolo di della Loggia non si limita però al "format" che Albertini dette al Corriere nei venticinque anni della sua guida di editore-direttore. Passa dalla forma al contenuto, dall´impegno politico e civile agli obiettivi di quell´impegno e racconta quella complessa esperienza del giornale-partito albertiniano partendo da una constatazione storicamente inoppugnabile: il Corriere del primo quarto del Novecento fu la voce della borghesia lombarda, in particolare di quella manifatturiera e in modo ancor più specifico di quella tessile e meccanica, setaiola e cotoniera. E ovviamente del mondo sempre più articolato che ad essa faceva da corona, avvocati, medici, tecnici, inventori, pubbliche utilità e quindi trasporti, la nascente industria elettrica e naturalmente le banche. Le banche che manovravano i rubinetti del credito e finanziavano investimenti e speculazioni.
Il Corriere fu la voce di questi interessi e delle visioni politiche che ne scaturivano: il liberismo, il mercato, il profitto, l´efficienza dei servizi pubblici (ma meglio ancora se gestiti dai privati) e in genere la legge e l´ordine, da applicare in modo speciale nelle vertenze sindacali.
Scrive della Loggia che il Corriere di Albertini fu il giornale antigiolittiano per eccellenza (in opposizione alla Stampa che si schierò in quel quarto di secolo per Giolitti senza se e senza ma, come oggi si direbbe).
Fu esattamente così. Antigiolittiano e sostenitore tenace di Sonnino e di Salandra, un mediocre politico pugliese fortemente conservatore con robuste venature reazionarie. In un solo caso Albertini appoggiò Giolitti e fu nella guerra di Libia contro la Turchia. Perché - anche se della Loggia sorvola su questo punto - Albertini fu un convinto interventista. Non solo nel 1911 ma soprattutto nel 1914 allo scoppio della Prima guerra mondiale. Mentre Giolitti era neutralista, il Corriere gettò tutto il suo peso mediatico in favore dell´intervento a fianco di Francia, Inghilterra e Russia contro gli Imperi centrali. Si trovò accanto i nazionalisti, gli interventisti in genere e soprattutto lanciò Gabriele D´Annunzio in piena trasformazione da poeta a vate.
Le Canzoni d´Oltremare dannunziane avevano già accompagnato la "gesta" libica dalla terza pagina del Corriere, ma poi l´oratoria del vate esplose sulle pagine politiche, culminando nei giorni del maggio 1915 e nel discorso che D´Annunzio pronunciò a Quarto nell´anniversario della partenza dei "Mille" garibaldini alla liberazione-conquista della Sicilia e del Regno Borbonico.
La borghesia padana era tutta per la guerra. Si trattava di completare la conquista dei "sacri" confini della patria. Ma anche di equipaggiare un esercito di sei milioni di soldati: panni per le uniformi, coperte, scarpe, elmetti, ma anche cannoni, esplosivi, corazze per la Marina militare, attendamenti, automezzi d´ogni genere e tipo. E salmerie, viveri, generi di conforto.
La guerra costò all´Italia, ai suoi contadini e ai figli della piccola borghesia quattro anni nel fango e nel lordume delle trincee, seicentomila morti e oltre un milione di feriti, ma fu anche un grandissimo affare per l´industria leggera, per quella pesante e per le banche che le finanziavano.
Luigi Einaudi scrisse nell´immediato dopoguerra uno dei suoi libri più belli e coraggiosi, intitolato “Le conseguenze economiche della guerra”. Ma in quegli anni il giornale-partito albertiniano fu interamente mirato a sostenere lo spirito delle truppe e della popolazione civile che dalle città faceva pubblica opinione. Funzione sacrosanta, alla quale nulla fu risparmiato. Qualche volta tacque e si può capire. Delle esecuzioni sommarie che la polizia militare (i carabinieri) inflissero ai soldati in rotta a Caporetto non si trova traccia nei giornali dell´epoca e meno che mai sul Corriere. Anche allora l´empito maggiore fu dato da D´Annunzio, trasformatosi in «agit-prop» dello Stato Maggiore. E via con la beffa di Buccari, via col volo su Vienna. Via soprattutto con il sostegno incondizionato che il giornale di via Solferino dette all´impresa di Fiume.
Bisogna fermarsi un momento a riflettere su Fiume, anzi sulla marcia di Ronchi. Fu un atto gravissimo di sedizione che pose le basi per la marcia su Roma di tre anni dopo. Un atto contro il trattato di pace da noi firmato, contro il governo italiano, contro le truppe italiane che presidiavano insieme agli alleati Fiume e l´Istria. Conosco bene quella fase della storia nazionale anche perché mio padre fu uno dei giovani ufficiali che seguì il "Comandante" in quella sciagurata impresa. E me ne spiegò più volte le motivazioni che l´avevano mosso: la vittoria tradita, il governo imbelle, il Parlamento incapace di manifestare una qualsiasi volontà, la politica in mano a omuncoli rammolliti e corrotti. Un pilota coraggioso lanciò in quei giorni dal suo aereo un pitale su Montecitorio.
Questo fu Fiume. E il Corriere fece la sua parte intervenendo anche in quel caso. Così come fu interventista nel ‘21 quando spinse in tutti i modi Giolitti a far sgombrare dall´esercito la Fiat, allora occupata dagli operai. Giolitti per fortuna seguì la via opposta della trattativa.
Galli della Loggia ricorda nel suo articolo che Albertini «dopo un iniziale appoggio al fascismo» si schierò su posizioni antifasciste che portarono poi alla sua estromissione dal Corriere. Esatto, ma la verità storica è più complessa e non è proprio quella d´un «iniziale appoggio».
Il Corriere vide nel fascismo e nelle sue squadre una risposta opportuna al sinistrismo massimalista e bolscevico che minacciava il mercato e la libera impresa. Gran parte del ceto liberale condivise questa posizione, a cominciare da Benedetto Croce, Giovanni Gentile, Giustino Fortunato. Poi, pensavano quei liberali, compiuta l´opera Mussolini se ne tornerà a casa, gli si darà un lauto benservito e l´Italia liberale riprenderà la sua marcia verso il progresso.
La borghesia lombarda fu compatta nel condividere l´ "Operazione Mussolini" e i suoi portavoce lo furono altrettanto. Distacco all´inglese? Non direi proprio. Basta leggere le lettere e le telefonate che partivano da via Solferino verso la Prefettura di Milano sull´impiego della polizia e della guardia regia per reprimere le manifestazioni della sinistra; basta consultare il carteggio tra Albertini e Giovanni Amendola che fu in quel periodo suo corrispondente da Roma per rendersi conto che il pericolo era il bolscevismo e i fascisti un supporto e uno stimolo a resistere. Opinione legittima, in quel contesto. Purtroppo sbagliata su un punto essenziale dal quale ebbero inizio vent´anni di regime e quel che ne derivò. Allora, come molti anche oggi, si invocava l´uomo forte che ripulisse le stalle e recuperasse «law and order».
Albertini era stato nominato senatore del Regno. E già dal ‘23 capì l´errore e ne prese coraggiosamente le distanze. Pronunciò alcuni discorsi e scrisse interventi memorabili in difesa della libertà e della democrazia. Il Corriere, allora diretto da suo fratello, non fu da meno.
Ma era tardi. Il 3 gennaio del ‘25, pochi mesi dopo il delitto Matteotti, il governo impose la censura, sciolse i partiti, abolì di fatto la libertà di stampa. Il Corriere fu dato in proprietà ai consoci di Albertini, membri per l´appunto della borghesia lombarda. In quegli stessi mesi Frassati fu estromesso con analoga procedura dalla Stampa che passò in proprietà alla famiglia Agnelli.
A conclusione debbo dire che la borghesia lombarda di allora non dette uno spettacolo particolarmente edificante.
Oggi la situazione è diversa. Di borghesia vera e propria ce n´è assai poca in giro e sembra un po´ più saggia dei suoi predecessori. Ma c´è un altro tipo di sedicente borghesia con analoghe lacune culturali e ossessiva attenzione alla «roba». Inclusa l´invocazione dell´uomo forte, fosse pure il recupero di quello che abbiamo visto alla prova nell´ultimo quinquennio, che poi si scoprì che non era forte affatto se non quando si trattava dei fatti propri.

